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This is my land: Messina, Sicily


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Ma che ci vai a fare in Africa

Prima di una partenza “in missione”, arriva quella notte in cui il sonno non si fa avanti, si ha come la sensazione di stare lasciando qualcosa di non fatto.

È una notte innocente in cui pensi e ripensi a quello che hai messo nello zaino, è la notte in cui “ripassi” i pensieri e le facce degli ultimi giorni.

“Ma che ci vai a fare in Africa”, in quanti ti avranno detto questa frase quando hanno saputo che saresti partito “in missione”.

Che ci vai a fare che tanto c’è la fame, è pericoloso, ci sono le malattie, fatti i vaccini, stai attento, cosa mangi, non bere, non respirare!

La notte prima di partire in missione il sonno è strano. Le valige sul pavimento piene di pennarelli, giocattoli, materiale medico.

È la notte in cui pensi e ripensi a quelle coincidenze che ti hanno portato a vivere proprio quella notte.

In fondo quello che ci accade, non rappresenta che un insieme di combinazioni che si realizzano tutte in quel determinato momento. Tutto avviene per un motivo. Ogni evento ha per noi un significato, una direzione, un messaggio.

E cosi per la terza volta mi ritrovo sotto il cartello luminoso dell’aeroporto, un anno dopo la mia prima volta “in missione”.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quelli con cui parti alcuni manco li conosci. Ma cosa ti aspetti da gente che spende le proprie ferie per andare ad operare in Tanzania, senza prendere soldi, alcuni hanno addirittura pagato il biglietto aereo di tasca propria. Sicuramente andranno al mare a rilassarsi.

Ma che ci vai a fare in Africa!

Le facce conosciute e quelle nuove, le ore di volo, il sole che scotta, il caldo, le valigie, l’ospedale, la divisa, la sala operatoria, i tubi, i beep senza pausa.

Dodici ore in ospedale, eccola la vacanza al mare.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quegli sconosciuti te li ritrovi fra i corridoi, gli occhi stanchi sono l’unica cosa che riesci a vedere fra la cuffia e la mascherina, ti abbracci e non sai nemmeno perché. Pochi giorni fa nemmeno li conoscevo.

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Nuove frontiere del turismo: Montenegro ed Albania

 Attraverso la porta sud della città sotto lo stemma della Repubblica di Venezia, poco oltre le antiche mura medioevali. Il primo scalino, il secondo, uno dietro l’altro senza riposo. La posizione del castello di San Giovanni, arroccato in cima al monte, mi costringe ad alzare la testa e guardarlo quasi in verticale, in una posizione che doveva essere praticamente inattaccabile.

 

Un passo dopo l’altro senza un filo d’ombra che mi dia respiro sotto il sole di luglio, fino in cima, 1300 scalini oltre la porta, dove solo poche persone si avventurano.

Sudato fradicio e con la testa che mi gira per il troppo caldo, scorgo un omino seduto a terra con accanto un campionario di bibite fredde. È un miraggio e un toccasana per chi arriva fin lassù sfinito.

Il primo pensiero che mi viene in testa è però alla fatica che quest’uomo, probabilmente tutti i giorni, fa nel compiere una “scalata” con addosso frigo termico portatile carico di acqua e bevande varie.

Mentre il liquido fresco mi ridà un po’ di lucidità, gli chiedo come gli sia venuto in mente di fare questo lavoro, alza la testa e mi indica una direzione con la mano: “perché i turisti mi danno da vivere e perché tutti i giorni posso vedere questo”.

Una scena che è un miscuglio fra fiordi norvegesi e villaggi italiani; una nave da crociera ha tolto gli ormeggi, sta lasciando il porto a picco sotto di noi, alcune centinaia di metri più in basso.

L’imbarcazione si allontana oltre i tetti rossi delle case, verso le alte pareti rocciose delle bocche del Cattaro.

Kotor, cittadina del Montenegro, centro medioevale ben conservato, iscritto nella lista dei patrimoni UNESCO. Dall’inizio degli anni 2000 migliaia di turisti vi giungono sulle navi da crociera, in un porto che è diventato una tappa classica delle crociere sull'adriatico, al pari delle più blasonate Dubrovinik e Venezia.

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Popolo strano il giapponese

Luci a led, voci, schermi, rumori, gente, distributori automatici. Il flusso della folla in movimento mi trascina sotto la pancia di Tokio.

Sono le mie prime ore spaesate e confuse in terra giapponese. Passo la carta prepagata sullo schermo al varco della metropolitana, lampeggia di rosso, il cancello si apre, lo attraverso e sono dentro la fermata.

Qualche istante e vengo avvicinato da un controllore, un uomo minuscolo vestito con una divisa da scolaretto. È agitato, i ripetuti inchini mi fanno capire che si sta scusando per essere dovuto intervenire.

La mia carta non ha credito sufficiente, mortificato mi spiega che è necessario ricaricarla alla macchinetta (la “PASMO” è una carta prepagata che permette di prendere i mezzi di trasporto in qualunque città giapponese e con la quale si possono comprare prodotti ai distributori automatici, pagare ai negozi e tante altre funzionalità).

Mi dirigo verso la macchinetta per la ricarica, il controllore mi segue in scia recitando come una preghiera il suo ringraziamento e chiedendomi scusa a ripetizione.

È una scena fuori dalle nostre logiche: stavo entrando in metro senza aver pagato, potevo essere benissimo in malafede, ed il controllore mi chiede scusa perché mi ha dovuto fermare per segnalarmi l’infrazione.

Popolo strano il giapponese.

 

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Il fantasma di Chernobyl. Il suicidio dell’umanità

Nevica. L’erba gelata scricchiola sotto i nostri piedi. La facciata rossa dell’università Shevchenko svetta al di là del parco. È una fredda mattina d’inverno, il sole su Kiev sembra non voler sorgere.

Il bicchiere con il caffè, stretto fra i palmi, riesce appena a scaldarci le mani. Giuseppe, il mio compagno di viaggio, mi osserva con lo sguardo interrogativo, un misto d’indecisione e paura.

Scorgiamo da lontano il pulmino nero. Ci aspetta Iryna, la nostra guida.

130 km dal reattore.

Stiamo per andare in una delle zone più inabitabili del mondo: Chernobyl.

 

Avevo 7 anni quando per la prima volta sentii pronunciare il nome di questo posto. Ancora bambino non riuscivo a percepire realmente cos’era successo, ma era il senso di una catastrofe. Era il 26 aprile 1986.

In quei giorni i telegiornali si aprivano con l’animazione di una nube rossa che partiva da una zona della Russia lentamente si allargava e copriva parte dell’Europa.

I miei genitori non portarono più la bottiglia di vetro vuota ai pastori, che tutte le sere, la riempivano di latte e la lasciavano sul muretto davanti casa per poi essere ritirata piena.

In casa dicevano che per un po’ non avremmo bevuto latte né consumato verdura.

La notizia della catastrofe nucleare si trasformò in una nuova forma di terrore, disseminando sulla nostra quotidianità quantità sempre maggiori di paura e precauzioni. E noi in Italia eravamo lontani migliaia di chilometri dal luogo dell’incidente.

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50 nations 1 dream

Dopo essermi diplomato come geometra e una volta iniziati gli studi universitari in statistica, cominciai a fare dei piccoli lavori per poter guadagnare qualcosa. Desideravo comprare una macchina fotografica e sognavo di girare il mondo. 

Lavorando in uno studio medico, conobbi una persona che con il suo lavoro di macchinista era riuscito a visitare il mondo su navi e treni, ogni sua visita allo studio era per me occasione di sogni ad occhi aperti, aspettavo il giorno in cui sarebbe venuto a scrivere le sue medicine per potergli fare qualche domanda. Una volta gli chiesi quante e quali nazioni e città avesse visitato, mi rispose che gli era impossibile ricordare tutti i posti che aveva visto.

Non potevo crederci. Aveva vissuto la sua vita in così tanti luoghi da non poterli ricordare nemmeno.

Poteva il mondo essere davvero così grande. 

Anche grazie a quella persona, qualche mese dopo, mi ritrovai a guardare un binario aspettando un treno che mi avrebbe portato da Messina ad Amsterdam. 

Sognavo di scoprire il mondo, e continuo a rendere reale questo sogno. Un viaggio che mi ha insegnato la tolleranza, il rispetto, il dialogo, gli abbracci, le lacrime. Un viaggio nella vita che soprattutto mi ha fatto scoprire veramente me stesso, quell'io che restando a casa non avrei mai conosciuto.

Non ho mai amato elencare e numerare le cose, ma dovevo anche dare dare un senso alla mia laurea in statistica che non ho mai usato.

Oggi l'Ucraina è la cinquantesima nazione su cui metto piede in questo mondo.

Ho conosciuto in viaggio gente che mi è diventata amica, e amici con cui ci siamo sentiti fratelli.

Le notti insonni, gli ostelli sporchi, i crepuscoli africani, i viaggi squattrinati, le luci d'America, le mani gelati, gli odori dell'Asia, la paura, le liti, le strade d'Europa, i treni persi, le pagine scritte e quelle ancora bianche. 

Vivete e inseguite i vostri sogni fino a quando ne avrete la possibilità.

Buon viaggio nella vita

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No good morning No good night

Reportage nei territori palestinesi

Il muro. Le reti di metallo, le divise dei militari, le torrette di controllo, i fari, i chek point, i mitra pronti ad entrare in azione. I 12 metri di cemento del muro di separazione.  Tutto ti racconta che da quel punto in poi sei in una zona di guerra. Inizia così il documentario del video maker messinese Matteo Arrigo, un viaggio in Palestina tra i volti, la quotidianità, la sofferenza.

 

(articolo su Gazzetta del sud del 08/12/2016)



"O tempu a Guerra", un documentario di Matteo Arrigo, premiato alla III° rassegna di cortometraggi "Per..corti alternativi" di Villafranca Tirrena (Me)



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