NO GOOD MORNING NO GOOD NIGHT

Reportage nei territori palestinesi occupati

Quella mattina la piazza della Natività era pressoché deserta. Il canto del mattino si era esaurito da poco, il sole era ancora solo una tenue luce oltre il monte Herodion.

Nella piazza incontrai solo un uomo con il suo carrettino, lui ci arrivava presto per vendere il suo caffè a chi partiva prima dell’alba, per passare il muro ed andare a Gerusalemme.

Prima di partire non avevo quasi idea di cosa avrei trovato realmente in Palestina, della gente che avrei incontrato, cosa avrei sentito.

 

La porta della Basilica della Natività era già aperta, un ingresso minuscolo dal quale per entrare bisogna per forza chinarsi, la luce non era molto di più rispetto al buio della piazza.

Le litanie religiose e l’odore degli incensieri, si diffondevano dalla grotta della Natività in tutto l’ambiente.

I fedeli, erano rivolti tutti verso la stella che indica il punto, dove secondo la tradizione cristiana, nacque Gesù.

C’era un prete, mi fermai a scambiare due parole. Alla vista della mia fotocamera mi chiese come mai fossi in Palestina a fare dei video. Gli spiegai che non sapevo cosa ne avrei fatto, non sapevo se avessi le capacità di mostrare e far capire con i miei “occhi digitali”, quello che realmente vive oggi la Terra Santa.

Allora mi chiese se fossi religioso. “Se essere religiosi è partecipare alle funzioni, allora forse non lo sono. Se essere religiosi è avere sempre una parola di conforto, ascoltare tutti, esseri aperti a chiunque, essere tolleranti, allora lo sono”, questa fu la mia risposta.

Mi congedò con un sorriso, dicendomi di andare a fare quello che mi sentivo, e che il mio video avrebbe raggiunto da solo il suo scopo.

Quel prete non l’avrei mai più rivisto, nemmeno l’anno dopo quando ritornai a Betlemme.

Quel giorno nacque questo video.

Fra le strade polverose del campo profughi di Deisha, dove una scritta sul muro recitava “no good morning no good night”. Una terra crudele.

 

Ripenso ai visi e alle parole di quei giorni. Ripenso alla prima volta che vidi le reti di metallo, le divise dei militari, le torrette di controllo, i fari, i check-point, i mitra pronti ad entrare in azione.

I 12 metri di cemento del muro di separazione.

Rivedo le facce dei soldati e i fucili spianati, mentre attraversiamo nel silenzio più irreale la zona occupata di Hebron.

Le ginocchia sbucciate dei bambini nei campi profughi, i manifesti con le foto degli innocenti uccisi, le file ai tornelli dei controlli, i bambini disabili del campo di Aida, i copertoni bruciati sotto il muro di Kalandia, i bossoli dei lacrimogeni, i bambini con le pietre pronte in mano.

Se dopo aver visto questo video qualcuno ricorderà qualche parola che ha sentito, se almeno in una persona di quelle che lo vedranno sarà stato mosso il senso del rispetto, della tolleranza, della libertà, allora questo video avrà avuto una sua utilità.

 Se raccontare quello che ho visto servirà a farci apprezzare di più quello che abbiamo, allora a qualcosa sarà servito.

 

«Se non potete eliminare l'ingiustizia, almeno raccontatela a tutti»

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