Ma che ci vai a fare in Africa

Prima di una partenza “in missione”, arriva quella notte in cui il sonno non si fa avanti, si ha come la sensazione di stare lasciando qualcosa di non fatto.

È una notte innocente in cui pensi e ripensi a quello che hai messo nello zaino, è la notte in cui “ripassi” i pensieri e le facce degli ultimi giorni.

“Ma che ci vai a fare in Africa”, in quanti ti avranno detto questa frase quando hanno saputo che saresti partito “in missione”.

Che ci vai a fare che tanto c’è la fame, è pericoloso, ci sono le malattie, fatti i vaccini, stai attento, cosa mangi, non bere, non respirare!

La notte prima di partire in missione il sonno è strano. Le valige sul pavimento piene di pennarelli, giocattoli, materiale medico.

È la notte in cui pensi e ripensi a quelle coincidenze che ti hanno portato a vivere proprio quella notte.

In fondo quello che ci accade, non rappresenta che un insieme di combinazioni che si realizzano tutte in quel determinato momento. Tutto avviene per un motivo. Ogni evento ha per noi un significato, una direzione, un messaggio.

E cosi per la terza volta mi ritrovo sotto il cartello luminoso dell’aeroporto, un anno dopo la mia prima volta “in missione”.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quelli con cui parti alcuni manco li conosci. Ma cosa ti aspetti da gente che spende le proprie ferie per andare ad operare in Tanzania, senza prendere soldi, alcuni hanno addirittura pagato il biglietto aereo di tasca propria. Sicuramente andranno al mare a rilassarsi.

Ma che ci vai a fare in Africa!

Le facce conosciute e quelle nuove, le ore di volo, il sole che scotta, il caldo, le valigie, l’ospedale, la divisa, la sala operatoria, i tubi, i beep senza pausa.

Dodici ore in ospedale, eccola la vacanza al mare.

Ma che ci vai a fare in Africa, che quegli sconosciuti te li ritrovi fra i corridoi, gli occhi stanchi sono l’unica cosa che riesci a vedere fra la cuffia e la mascherina, ti abbracci e non sai nemmeno perché. Pochi giorni fa nemmeno li conoscevo.

Fallot, div, fontan, truncus; non ho idea tecnicamente di cosa siano, di quale problema si tratti, da come vengono pronunciati dai medici capisco se può essere un caso complicato oppure no.

Faccio il fotografo, o almeno ci provo, non sono medico. Pensare di raccontare la realtà della cardiochirurgia mi sembrava impossibile. Avevo paura di violare l’intimità di un mondo lontano dalla quotidianità, di non riuscire a raccontarla senza creare “fastidio” a chi mi sarei trovato di fronte.

Ci sono entrato in punta di piedi, per una serie di coincidenze. Perché cosi doveva andare, perché le coincidenze che mi ha fatto vivere la cardiochirurgia avrebbero influenzato in modo indelebile la mia vita.

Alcuni indigeni africani, cacciano gli elefanti con minuscole frecce. Bagnano la punta del piccolo dardo in una linfa ricavata da una pianta, la scagliano contro la spessa pelle degli enormi elefanti, la freccia si conficca, il liquido comincia a fare il suo effetto, loro aspettano. Seguono la pista del branco per giorni e giorni, con pazienza. Mentre il liquido piano piano arriva al cuore.

Raccontare quello che fanno i medici è come lanciare una piccola freccia, non mortale ma fatta di vita e speranza. Quella che ha colpito me, 365 giorni prima, si era conficcata a fondo.

 

Ma che ci vai a fare un Africa, che poi incontri gente a cui ti affezioni e parli di cose che non avresti mai pensato. Brutta gente, si sono anche pagati il biglietto!

 

Ma che ci vai a fare in Africa. Dove il lettino della sala operatoria cede mentre stai operando, dove la porta scorrevole resta incastrata, dove nelle stanze del reparto ci sono 40 gradi e la gente lava ancora i panni al lavatoio. Dove le mamme non parlano la nostra lingua ma ti ringraziano solo con gli occhi perché era te che stavano aspettando, dove i bambini appena ti vedono in fondo al corridoio ti corrono incontro per abbracciarti, dove basta una scatola di colori, un pupazzetto, una canzone ballata insieme a cambiare il senso di una giornata.

Una delle cose che la cardiochirurgia mi ha insegnato è che non tutto può essere sistemato, non tutti gli interventi possono andare bene. I medici si trovano anche nelle condizioni di dover dire che non si può intervenire in nessun modo, decidere a chi dare una speranza e gioire per chi ce la può fare.

La diagnosi della piccola Riziki riempiva l’intera casella sulla cartella preoperatoria, sul lettino della sala sembrava un gattino appena nato, la pelle copriva le sole ossa. Gli occhi enormi spalancati.

Non tutti erano sereni nell’operarla, non tutti era sicuri che la correzione sarebbe andata bene.

Quel cucciolo di uomo, dopo appena 24 ore dall’intervento, dormiva già accanto al viso della mamma.

Non tutto può andare bene, così come nella vita non tutte le esperienze possono essere positive, non tutte le storie possono avere un lieto fine e non possiamo avere tutto quello che desideriamo.

A volte bisogna prendere scelte dolorose, lottare e rassegnarsi.

L’insieme delle coincidenze ci porterà a vivere infinite esperienze, che risulteranno sempre utili se anche da quella più brutta sapremo tirarne fuori la parte migliore.

Ma dobbiamo comunque crederci e seguire la direzione che crediamo più giusta, senza pensare che non possiamo farcela.

Le mie coincidenze mi hanno portato in Tanzania, fatto attraversare l’India e di nuovo fatto tornare in Tanzania. In mezzo c’è stato il tempo per partire e il tempo di restare, il tempo di lasciare e il tempo di abbracciare, ho conosciuto le lacrime, ho trovato il sentimento e l'ho visto andare via, ho sorriso con gente sconosciuta e ho ballato senza pensare a nulla.

 

Ma che ci vai a fare in Africa, che in quei posti non ci va nessuno. Che siamo arrivati in Tanzania dagli Stati Uniti e dall’Italia, come se il bene convergesse nella stessa direzione. Non abbiamo avuto bisogno di spinte, abbiamo trovato da soli la strada.

 

Al ritorno da un viaggio “in missione”, arriva quella notte in cui il sonno non si fa avanti, si ha come la sensazione di aver lasciato qualcosa di non fatto.

Ma che ci sei andato a fare in Africa, è pericoloso. L’unico pericolo di questa terra è la troppa umana meraviglia. È per questo che sai già che ci tornerai in Africa.

 

Dove i bambini ti corrono incontro, la gente sconosciuta ti saluta con le lacrime agli occhi e le mamme aspettano che tornino gli italiani a dare ancora speranza.

Sasha, Rosanna, Antonella, Giovanni, Eleonora, Irene, Giuseppe, Micol, Iacopo, Mirko, Biagia, Benny, Giusy, Andrea; è solo un elenco di nomi, ma andrebbe recitato a memoria come fosse l’invincibile formazione della grande Inter degli anni ’60, perché sono loro che hanno ridato la vita a 17 bambini che altrimenti non ce l’avrebbero fatta.

Questa missione per me è stata una sfida in più, sono orgoglioso e grato di averla giocata con voi accanto. Se una sola delle frecce che abbiamo lanciato arriverà a segno, se solo riusciremo a trasmettere quel messaggio positivo partito dalle vostre mani e lanciato dai miei occhi, allora avremo vinto ancora.

Come dice il “capitano”: “Non permettete a nessuno di dirvi che non potete fare qualcosa”.

 


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