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in viaggio con zio Matteo

Popolo strano il giapponese

Luci a led, voci, schermi, rumori, gente, distributori automatici. Il flusso della folla in movimento mi trascina sotto la pancia di Tokio.

Sono le mie prime ore spaesate e confuse in terra giapponese. Passo la carta prepagata sullo schermo al varco della metropolitana, lampeggia di rosso, il cancello si apre, lo attraverso e sono dentro la fermata.

Qualche istante e vengo avvicinato da un controllore, un uomo minuscolo vestito con una divisa da scolaretto. È agitato, i ripetuti inchini mi fanno capire che si sta scusando per essere dovuto intervenire.

La mia carta non ha credito sufficiente, mortificato mi spiega che è necessario ricaricarla alla macchinetta (la “PASMO” è una carta prepagata che permette di prendere i mezzi di trasporto in qualunque città giapponese e con la quale si possono comprare prodotti ai distributori automatici, pagare ai negozi e tante altre funzionalità).

Mi dirigo verso la macchinetta per la ricarica, il controllore mi segue in scia recitando come una preghiera il suo ringraziamento e chiedendomi scusa a ripetizione.

È una scena fuori dalle nostre logiche: stavo entrando in metro senza aver pagato, potevo essere benissimo in malafede, ed il controllore mi chiede scusa perché mi ha dovuto fermare per segnalarmi l’infrazione.

Popolo strano il giapponese.

 

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Il fantasma di Chernobyl. Il suicidio dell’umanità

Nevica. L’erba gelata scricchiola sotto i nostri piedi. La facciata rossa dell’università Shevchenko svetta al di là del parco. È una fredda mattina d’inverno, il sole su Kiev sembra non voler sorgere.

Il bicchiere con il caffè, stretto fra i palmi, riesce appena a scaldarci le mani. Giuseppe, il mio compagno di viaggio, mi osserva con lo sguardo interrogativo, un misto d’indecisione e paura.

Scorgiamo da lontano il pulmino nero. Ci aspetta Iryna, la nostra guida.

130 km dal reattore.

Stiamo per andare in una delle zone più inabitabili del mondo: Chernobyl.

 

Avevo 7 anni quando per la prima volta sentii pronunciare il nome di questo posto. Ancora bambino non riuscivo a percepire realmente cos’era successo, ma era il senso di una catastrofe. Era il 26 aprile 1986.

In quei giorni i telegiornali si aprivano con l’animazione di una nube rossa che partiva da una zona della Russia lentamente si allargava e copriva parte dell’Europa.

I miei genitori non portarono più la bottiglia di vetro vuota ai pastori, che tutte le sere, la riempivano di latte e la lasciavano sul muretto davanti casa per poi essere ritirata piena.

In casa dicevano che per un po’ non avremmo bevuto latte né consumato verdura.

La notizia della catastrofe nucleare si trasformò in una nuova forma di terrore, disseminando sulla nostra quotidianità quantità sempre maggiori di paura e precauzioni. E noi in Italia eravamo lontani migliaia di chilometri dal luogo dell’incidente.

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50 nations 1 dream

Dopo essermi diplomato come geometra e una volta iniziati gli studi universitari in statistica, cominciai a fare dei piccoli lavori per poter guadagnare qualcosa. Desideravo comprare una macchina fotografica e sognavo di girare il mondo. 

Lavorando in uno studio medico, conobbi una persona che con il suo lavoro di macchinista era riuscito a visitare il mondo su navi e treni, ogni sua visita allo studio era per me occasione di sogni ad occhi aperti, aspettavo il giorno in cui sarebbe venuto a scrivere le sue medicine per potergli fare qualche domanda. Una volta gli chiesi quante e quali nazioni e città avesse visitato, mi rispose che gli era impossibile ricordare tutti i posti che aveva visto.

Non potevo crederci. Aveva vissuto la sua vita in così tanti luoghi da non poterli ricordare nemmeno.

Poteva il mondo essere davvero così grande. 

Anche grazie a quella persona, qualche mese dopo, mi ritrovai a guardare un binario aspettando un treno che mi avrebbe portato da Messina ad Amsterdam. 

Sognavo di scoprire il mondo, e continuo a rendere reale questo sogno. Un viaggio che mi ha insegnato la tolleranza, il rispetto, il dialogo, gli abbracci, le lacrime. Un viaggio nella vita che soprattutto mi ha fatto scoprire veramente me stesso, quell'io che restando a casa non avrei mai conosciuto.

Non ho mai amato elencare e numerare le cose, ma dovevo anche dare dare un senso alla mia laurea in statistica che non ho mai usato.

Oggi l'Ucraina è la cinquantesima nazione su cui metto piede in questo mondo.

Ho conosciuto in viaggio gente che mi è diventata amica, e amici con cui ci siamo sentiti fratelli.

Le notti insonni, gli ostelli sporchi, i crepuscoli africani, i viaggi squattrinati, le luci d'America, le mani gelati, gli odori dell'Asia, la paura, le liti, le strade d'Europa, i treni persi, le pagine scritte e quelle ancora bianche. 

Vivete e inseguite i vostri sogni fino a quando ne avrete la possibilità.

Buon viaggio nella vita

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Due porte e dieci metri

Due porte e dieci metri. Lo spazio fra il pianto e la salvezza. Il prima e il dopo. L’affanno e il respiro. Il peso che porto sulle braccia e sull'anima. Muovo il primo passo.

Due porte e dieci metri.

 

Il caldo soffocante, i colori accesi, gli odori forti e una rosa. L' India ci ha accolti così. Un fiore donato dalle mani di una bimba vestita in sari, il tradizionale vestito indiano, al nostro arrivo in aeroporto a Madurai.

Le mani giunte in segno di saluto, un tocco sul cuore.

Gli occhi sorpresi dei miei compagni di viaggio. Sono medici e infermieri al primo contatto con questa terra. Qui dove il traffico sembra bollire nelle strade, all’impazzata, ma con una logica precisa e a noi occidentali nascosta e incomprensibile.

E il rumore, voci, clacson, motori. Come il frastuono continuo di una pioggia grossa su un tetto di metallo.

E la gente, i piedi scalzi, la fronte disegnata, le mani giunte, i sorrisi mai finti. 

"Su questo pulmino non ci sono Alfredo o Arianna, su questo pulmino c'è l'Italia" - è il dottor Sasha a parlare sul mezzo che ci porta in ospedale per il primo giorno di questa missione di cardiochirurgia, mentre l'autista scansa uomini e mucche - "Quello che noi facciamo qui rappresenta tutto il nostro popolo e la realtà da cui arriviamo."

Comincia questa avventura in terra indiana, benedetta da corone di fiori, fuoco e offerte alla statua di Ganesh, il dio dalla forma di elefante.

La fondazione “Little moppet heart”, è un’associazione che opera nella regione del Tamil, nel sud della nazione indiana. Realizza campagne di screening nelle scuole dei villaggi più remoti. Il direttore, il dottor Gopi, si sposta per la regione con un ecocardio portatile, raccoglie i casi medici visitando tutti i bambini e offre gratuitamente la cura alle famiglie povere.

In direzione di uno di questi villaggi comincia il mio vero viaggio, a casa di un piccolo paziente, sulla riva dell’oceano.

Gowtham ha 5 anni, durante una delle campagne di visite nelle scuole gli è stata diagnosticata una cardiopatia congenita grave.

Andremo a prenderlo per portarlo in città, dove riceverà un intervento correttivo e risolutivo al suo piccolo cuore malato.

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Mettici il cuore. La mia esperienza da non medico in una missione di cardiochirurgia in Tanzania

 

 

Indosso la divisa, i calzari sterili. Attraverso lo spogliatoio ed entro in corsia, c’è ancora la calma delle 8 del mattino. <<jumbo>>, saluto gli infermieri che ti accolgono sempre con il sorriso. Metto la cuffietta, la mascherina, imbraccio la fotocamera ed entro in TIC, la terapia intensiva cardiologica.

 

I medici stanno facendo già il giro mattutino, Godwin il primario della cardiochirurgia, è seguito dal dottor Sasha, medico in missione della cardiochirurgia di Taormina.

La piccola Fatima è ancora intubata dopo l’intervento del giorno prima, i valori cominciano ad oscillare, non sono buoni. Vedo facce preoccupate. I medici si interrogano su come agire, i valori continuano a peggiorare. Provano a spiegarsi il peggioramento improvviso. Poi quel suono, la luce, il cuore in arresto.

Un secondo di silenzio, senza fiato, comincia la battaglia.

In un attimo è il caos. Defibrillatore, siringhe. Vedo gli infermieri del reparto correre in tutte le direzioni.

Chi porta semplicemente un tubo, chi arriva con una garza. Porte che sbattono. Confusione. Cerco di rendermi utile tenendo la porta aperta con un piede e favorire l’ingresso del personale medico. Il suono continua. Un’infermiera si ferma, alza le mani al cielo e nel mezzo del corridoio comincia a pregare.

Manca qualche medicina, non capisco cosa, vedo attraverso i vetri i medici indaffarati sul corpicino, troppo piccolo per poter accettare che stia succedendo davvero. È una lotta alla sopravvivenza che tutti i giorni viene combattuta con i mezzi che in questo posto si hanno a disposizione.

Il cuore riparte, lentamente torna la calma.

Per la piccola Fatima non è ancora arrivata l’ora di lasciare questa terra. Per oggi proseguirà anche lei la sua battaglia.

Perché questa è l’Africa.

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